RECENSIONE DI TERESA CALAFIORE

La vita e la morte: due azzurri fenomeni

nella concezione animistica della natura

Il mare rappresenta quella certezza dell’esistenza, perché il mare è la meraviglia del creato, il mare fa sempre sognare come quando si è bambini, il mare è quella sorpresa in più di cui l’uomo ha bisogno per sentirsi rinato, il mare è lo stimolo alla cautela perché non si può prevedere cosa accadrà dopo il presente. Solamente la musica che sale dal mare riesce a far capire che esiste l’autenticità di una natura che anche il più esasperato progresso non potrà mai violentare.

Il mare, comunque, è il luogo dove Francesco Idotta va a depositare le più belle emozioni. E non importa se il mare è in tempesta, il suo rumore può diventare piacevole specialmente quando si ha la morte nel cuore.

La storia narrata ne Il Luogo dei luoghi, (Città Del Sole Edizioni), che dà il titolo all’opera di Francesco Idotta, che accoglie anche altri quattro racconti, è la storia di un amore dalla nascita fino alla fine, anche se di fine in senso stretto non si può parlare, perché la storia termina sotto il profilo fisico, umano, con la morte di uno dei due personaggi, ma, in effetti, essa è, come dice l’Autore, una storia senza tempo, oltre la comune morale, che mi ha insegnato che l’amore è sempre puro, quando è vero.

Con questa espressione entriamo nel vivo della problematica della storia narrata, perché l’amore non sboccia tra un uomo e una donna, ma tra due persone dello stesso sesso, precisamente tra due ragazzi: Jàder, l’io narrante, e Frédéric.

Tra le pagine de Il Luogo dei luoghi si coglie la purezza di un sentimento che, oltre la comune morale, merita il rispetto, merita di essere provato, al di là della necessità di viverlo che Jàder e Frédéric sostengono di avere.

D’altra parte, ripercorrendo un pensiero di Franz Kafka, “amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità. L’amore non è un problema, come non lo è un veicolo; problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori e la strada”; sono, cioè, prese di mira le risorse attraverso le quali l’amore si esterna, si consuma.

Si presenta, così, sempre più insistente la problematica di una situazione che sembrerebbe pregna di disagio.

L’originalità dello stile narrativo scelto dall’Autore assume quel candore di una verità che va comunque detta: siamo di fronte ad un’anima asessuata che si innamora.

La domanda se è giusto o sbagliato rivolgere il sentimento provato verso il sesso femminile o verso il sesso maschile, rimane senza risposta, perché non ci è dato conoscere la sessualità dell’origine del sentimento d’amore.

D’altra parte si parla di un’anima che dovrebbe comportarsi morfologicamente seguendo la struttura del corpo in cui è annidata per poi abbandonare lo stesso corpo quando quest’ultimo subisce la morte.

È quel mistero che avvolge la nostra esistenza, sicuramente i sentimenti non possono assumere un’identità sessuale, perché appartengono all’umano, maschile e femminile; gli atteggiamenti, invece, che si assumono, vengono dettati da un cervello che muove pedine in un senso o nell’altro. Allora, non possiamo condannare, ma attendere la separazione tra l’evento terreno e l’evento soprannaturale per avere una spiegazione logica che il cervello impone di conoscere.

Certamente viviamo in un’epoca in cui ogni notizia diventa messaggio subliminale, che viene imposto con le considerazioni già pronte per l’uso, mentre noi, soggetti passivi, come automi ci distacchiamo dalle certezze con cui siamo stati procreati, lasciandoci soffocare da eccessivo perbenismo.

 

Nel momento in cui l’impeto di un sentimento ci possiede sembra che tutto intorno a noi sia più chiaro, che i problemi siano piccoli, ogni tramonto un dipinto impressionista.

 

È bello sentire la forza dell’Autore dentro le considerazioni che l’Autore affida a Jàder, ma le stesse considerazioni potrebbero provenire anche da Frédéric; è questa la bellezza che si coglie lungo tutto il tragitto della narrazione: tra Jàder e Frédéric non vi è alcuna differenza di intenti, di opinioni. Le due anime, di Jàder e di Frédéric, viaggiano all’unisono sulla scia di un sentimento che vive al di sopra della fisicità di due corpi che ubbidiscono all’amore.

 

Ogni uomo ha bisogno di avere accanto qualcuno, non necessariamente un amante, ma un’anima con la quale comunicare.

 

Sembrerebbero parole regalate da Francesco Idotta a chi è duro di cuore, con la speranza di vedere emarginate le situazioni di indifferenza, in effetti è un appello accorato ad una società intera che condanna le emozioni mentre condona le ipocrisie, gli atti impuri, la violenza.

Quando si ama non si fa violenza, perché un gesto d’amore implica necessariamente il coinvolgimento dei propri sentimenti.

La tecnica narrativa affida all’alternanza degli eventi, la consapevolezza di non essere, questi, solamente fatti da ricordare; in effetti sotto l’amabilità del ricordo si intrecciano ciò che è realmente accaduto, ciò che si spera che accada per consolare inaspettate situazioni, ciò che appartiene solamente alla natura, dalla quale, però, chi narra pretende la disponibilità di suoni e colori ed alla quale affida la speranza di non essere tradito.

Situazioni che non potrebbero avere altro scenario di fondo e che solamente quello sarebbe il luogo di respiro, o, per meglio dire, l’attimo condizionante, l’attimo da vivere.

Spazio e tempo diventano così le anime nascoste, come Frédéric e Jàder, il primo come lo spazio, il luogo, l’evento, e Jàder come il tempo, come l’attimo senza confini, come l’emozione infinita che diventerà la storia dentro la storia.

L’Autore parla di una storia che va oltre la comune morale, in effetti, andando controcorrente, lottando contro il banale moraleggiare, Francesco Idotta intende riscattare quelle verità nascoste che sono dentro l’animo umano, quei fantasmi senza i quali, forse, gli uomini si comporterebbero tutti alla stessa maniera, con conseguenza poco felice sulla propria individualità: individuo e persona sono da rispettare entrambi, anche se i principi dominanti della nostra civiltà occidentale tenderebbero a distinguere l’individuo dalla persona.

Come mai l’opera Il Luogo dei luoghi  di Francesco Idotta, che per molti potrebbe essere amorale, ha invece cattivato la mia attenzione? Credo che per Francesco Idotta la moralità consiste soltanto nel coraggio di fare una scelta e, comunque, ricordando “Alice nel paese delle meraviglie”, si dice che in tutto c’è una morale, basta trovarla.

D’altro canto Friedrich Nietzsche mette un punto fermo e carica il lettore di ogni responsabilità quando afferma che “non ci sono fenomeni morali, ma solo un’interpretazione morale dei fenomeni”; ed ancora: “un moralista è il contrario di un predicatore di morale: è un pensatore che vede la morale come sospetta, dubbiosa, insomma come un problema. Mi dispiace di dover aggiungere che il moralista, per questa stessa ragione, è lui stesso una persona sospetta”.

La narrazione di Francesco Idotta è pregna d’amore, quello stesso amore definito “grande segreto della morale” da Percy Bysshe Shelley.

La storia che si narra sarebbe una storia di tutti i giorni, ma il modo di porgere dell’Autore versa ogni frase dentro una attestazione di umiltà che fa di tutte le affermazioni altrettante richieste di assoluzione.

Ed è bello vedere come la semplicità del vocabolo usato riesca a dipingere con chiarore il canovaccio dell’opera di Francesco Idotta; le espressioni riportate hanno un peso determinante per la comprensione dello scenario di fondo, come la descrizione di un pianto recente e prolungato che Jàder coglie negli occhi di Frédéric; da ciò infatti si alza la musicalità dell’emozione di colui che narra, riuscendo a sovvertire la natura del sentimento, rendendolo asessuato e fortemente emotivo, anteponendo la bellezza della capacità di accettazione delle proprie condizioni umane alla indifferenza di un prossimo che impone il rispetto di regole di dubbia collocazione, perché nate da occasionali traslazioni di spazio e di tempo.

Non casualmente, la figura di una donna, la signora O’ Donnel, irrompe dentro la narrazione per colmare il vuoto lasciato dal comportamento non permissivo di una madre, precisamente la madre di Frédéric. La signora O’ Donnel, la donna qui richiamata, diventa il surrogato di quell’amore tanto anelato ma volontariamente visto soffocare dagli eventi della vita, insiti nella normalità degli atteggiamenti della società, quella stessa società che si lascia soffocare da eccessivo perbenismo.

La signora O’ Donnel diventa essa stessa un’altra ribellione ai costumi metodici di una società assente, in cui, per fortuna, l’arte, come la musica, diventa l’arnica per le ferite dolenti.

L’arte trasforma la nostalgia dell’Autore in tesoro incommensurabile ed intreccia come tela di ragno le sincroniche illusioni sulla continuità del tempo dell’amore.

Non altro si può desumere dai versi che scandiscono il decimo capitolo dell’opera di Francesco Idotta; il richiamo alla natura amorevole, madre benevola che guida il passo dell’uomo e lo sostiene davanti al pericolo, è espresso con alta poesia, consegnando alla natura stessa l’idioma di luogo dei luoghi, quello che è dentro l’animo umano che della natura è parte integrante.

Tutto ciò è in perfetta sintonia con quanto è espresso da James Hillman che fa vivere il luogo attribuendogli un’anima, tocca all’uomo scoprirla. Secondo Hillman l’uomo dovrebbe riacquistare la sua individualità e tornare a proteggere tutto ciò che si nasconde dietro le facciate dei palazzi, perché luogo dell’anima è proprio lo spazio che c’è dietro il progresso, quello spazio nascosto, fatto di emozioni, di desideri, di quotidianità; infatti la facciata – scrive Hillman – non è niente di speciale, ma dietro si trova il cortile, il giardino protetto da alti muri, la piccola fontana. Egli pertanto invita a riscoprire la concezione animistica della natura. Occorre che la nostra anima sia in perfetta sintonia con l’anima della natura.

Francesco Idotta scrive:

 Guardare la natura, immergersi in essa è l’unica strada per superare il dolore, essa è un’opera d’arte, la guida migliore per giungere all’intimo, all’essenziale.

 

Di questa natura il mare è il pilastro; il suo odore, il suo colore, sono dentro ogni immagine; il mare rappresenta la cornice di ogni ricordo, per esempio, pensando alla “Resurrezione” di Raffaello, il colore azzurro carpisce l’emozione del protagonista, infatti questi recita: non so se Raffaello abbia usato l’azzurro che ho visto, ma i colori che ha utilizzato mi hanno aiutato a riconoscere il dolore. Ed ancora: … Ciò che non possiamo percepire con i cinque sensi noti lo dovremmo immaginare. In natura non ci sono regole fisse: io esisto… sono gay!.

 

Molto eloquente l’uso dei due punti in questo periodo, perché essi assumono una funzione sintattico-argomentativa, perché tra le due frasi, quella prima e quella dopo i due punti, c’è un rapporto di causa ed effetto. L’intera espressione rappresenta il perno attorno al quale girano le due parti del racconto: la prima parte fatta di messaggi, di conoscenza, di attesa di opinioni; la seconda parte, invece, è pregna di determinazione, ed i fatti esposti nella seconda parte del racconto rappresentano l’effetto di una presa di coscienza determinante.

Comunque, è sempre la stessa nota dolente che percorre il tragitto della narrazione dell’opera di Francesco Idotta: l’uomo non accetta il diverso,  ma,  come l’Autore sottolinea, l’individuo condanna il diverso da sé, ciò che turba l’equilibrio raggiunto dall’uomo è da condannare, perché fuori dai dogmi che gli vengono inculcati fin dalla nascita come verità assolute.

Francesco Idotta, con garbo, privo di ogni esigenza di sopraffazione, con l’umiltà del poeta che sa entrare nella semplicità delle cose, senza lasciarsi condizionare dal vero e dal non vero, assunti, questi, che portano senza dubbio all’incomprensione, all’odio, il poeta Idotta invita all’accettazione delle condizioni umane, perché solo dalla accettazione incondizionata di ciò che rappresenta il dissimile, nasce la contemplazione della bellezza dell’amore.

Ma, spesso, sono proprio le incomprensioni subite che ci portano a non riflettere e a farci prendere delle decisioni sbagliate; sicuramente la vita che gira attorno a noi, della quale siamo esempio eclatante, va comunque considerata come il bosco che origina ed al contempo è originato.

La vita è uno spazio calcato dal tempo, il luogo che aneliamo di incontrare perché esso rappresenta il luogo dei luoghi, quel porto sicuro su cui vorremmo che approdasse ciò che è beneficio per la nostra anima, perché in quel porto ogni cosa assume la sua autentica configurazione, scevra da ilarità, da pietosa bugia, ed è quello il porto in cui la sicurezza di esistere ti penetra il cuore.

 

Ogni uomo che conosce se stesso – afferma Francesco Idotta – non teme il buio, non teme la luce: sa di esistere in questo divenire.

 

Il luogo di Francesco Idotta è il senso di serenità che si avverte quando l’anima è nel suo habitat naturale; il luogo è quell’atmosfera sognante che accoglie i tuoi pensieri senza tradirti, dove termina la corsa verso quei futili valori sociali per dare spazio all’unico valore che regge l’umanità intera: volere bene a sé stessi.

Così leggiamo nel racconto AristeoCaro giovane, occorre dominare l’ira: fra tutti, bisogna rispettare soprattutto se stessi. Se non comprendi questo non potrai dare nulla agli altri… né alcuno sarà in condizione di aiutarti… Anche in questo racconto il richiamo al luogo come insieme di benessere dell’anima è obbligato.

I tesori di cui siamo ricchi spesso li depositiamo in un cantuccio dell’angolo più buio della casa, e per questo viviamo male, ed allora occorre che ci fermiamo, finché siamo in tempo, per andare a visitare quel luogo che tanto abbiamo anelato di raggiungere fin dalla nascita.

Non a caso, Amedeo Paroli, il personaggio di un altro racconto presente nell’opera di Francesco Idotta, che porta come titolo Tulipani, è un uomo, ormai negli anni, che ha abbandonato il suo luogo, perché probabilmente soffocato dalla prepotenza di una società che corre verso valori solamente materiali.

La figura di Amedeo rappresenta la rivincita, la rinascita, dopo un periodo di oblio al quale l’uomo si vota perché privo della disponibilità ad ascoltare sé stesso, con dannosa conseguenza, perché il luogo della sua realizzazione umana, e soprattutto spirituale, si presenta irraggiungibile. Maggiormente quando il luogo è l’incontro con l’arte.

 

Scrivendo mi lascio andare – scrive Francesco Idotta nel racconto Concerto per pianoforte – e i brividi, quando apro un canale sconosciuto, mi percorrono la schiena e mi fanno scendere lacrime purificatrici.

 

Anche in questo racconto il luogo rappresenta un’orma indelebile, un cumulo di emozioni; basta chiudere gli occhi, suggerisce l’Autore, e quell’habitat felice tanto sospirato diventa l’intero universo.

L’immagine del mare è presente anche nel racconto Dopo… Ancora, una visione inconsueta delle acque in cui Ciccio, uno dei due protagonisti, tenta di affogare le sue ansie; per fortuna l’idea funebre è sedata dall’amico Gino che porge col suo modo di fare altamente disponibile verso Ciccio, la possibilità di creare un nuovo luogo in cui l’amicizia si veste di rispetto e non di prevaricazione; ed è da questo luogo-incontro che il dolore si trasforma in rassegnazione e voglia di rinascita.

Occorre richiamare un verso scandito particolarmente nel racconto Aristeo, la cui musicalità in termini di creatività investe tutta la narrazione dell’opera di Francesco Idotta, ed è proprio quando il giovane Aristeo incontra il vecchio che gli dice: … Si muore sempre al momento giusto.

Non a caso, tutti i racconti presenti nell’opera Il Luogo dei luoghi, riportano eventi luttuosi. La vita e la morte si contendono la parte protagonista con eleganza e sobrietà caratteriale, l’una (la vita) stroncata dall’altra (la morte), così come l’altra diventa occasione di rinascita del proprio io, dell’accettazione delle proprie condizioni; infatti, in ogni racconto, ogni protagonista riesce, dopo un percorso di prova, a ritrovare il suo habitat naturale dove le regole della natura hanno la loro chiave di lettura, non contaminata da stupido perbenismo, da ipocrisia, da falsa amicizia.

Durante il percorso narrativo, molto felice appare l’uso dei tre puntini con l’intento da parte dell’Autore di separare un periodo dall’altro in alcuni tratti di tutta la narrazione; in effetti sembra che Francesco Idotta abbia trovato un ottimo espediente per caricare di sorprendente attesa l’animo del lettore, poiché egli ha ben saputo armonizzare lo spazio ed il tempo in un’unica voce sospensiva, infatti non si intravedono interruzioni di azione, ma, piuttosto, pause di riflessione per meglio assaporare e condividere con il lettore la musicalità di cui è pregna l’intera opera. L’Autore ha colto nel segno: la sua felice scrittura porge al lettore un bagaglio di infinite emozioni, talmente alte da fargli dimenticare in breve tempo la storia narrata e riaccendere nel suo animo la voglia di rileggerla interamente.

A rendere affascinante la lettura, le acque del mare o del lago, che dir si voglia, rendono compiuto il percorso dell’uomo su una terra che ci ricorda costantemente che siamo mare, luogo dei luoghi; “… perché il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare” (Giovanni Verga, I Malavoglia).

Teresa Calafiore